Pensiero e Cultura Africana: Un Dialogo con il Professor Martin Nkafu Nkemnkia
- nkemnkia webteam
- 19 giu 2025
- Tempo di lettura: 17 min
Aggiornamento: 25 nov 2025
Oltre le Categorie Occidentali: Comprendere l'Africa dai Suoi Valori
In un momento storico cruciale per le relazioni tra continenti, abbiamo avuto il privilegio di dialogare con il professor Martin Nkafu Nkemnkia, filosofo e teologo camerunese, docente alla Pontificia Università Lateranense e ideatore del termine Vitalogia. Un'occasione preziosa per riflettere sull'Africa e comprendere il quadro culturale, di pensiero e di valori del continente.
La Vitalogia: Una Logica della Vita
"Non si trattava semplicemente di trovare un paragone con la filosofia occidentale," spiega il professor Nkemnkia. "Era necessario, provvidenziale, arrivare a un termine che potesse esprimere il modo di procedere, il sentire dell'africano, la sua visione della realtà, che certamente non è la stessa degli altri."
La Vitalogia è la logica della vita, contrapposta all'ontologia occidentale che è la logica dell'essere. Questa distinzione non è semantica ma fondamentale: "Per l'Africa, l'essere è creato da Dio. Se invece diciamo che Dio è essere, come può l'essere creare altri esseri? La vita è prima. Non si vive senza vita."
Farsi Conoscere per Quello che Si È
Un aspetto cruciale emerge dal dialogo: "Finora abbiamo usato le categorie occidentali per farci capire dagli occidentali. Questa volta probabilmente dobbiamo usare le nostre categorie per farci conoscere. Così ci conoscono per quello che noi siamo, non per quello che vorrebbero sapere loro."
Il professore sottolinea un punto delicato: "Se voglio far conoscere, mi voglio raccontare così come sono io. Altrimenti ti falsifico la percezione di me. Le categorie aristoteliche non sono certamente universali per tutti gli uomini."
La Morte Non Esiste: Una Celebrazione della Vita
Uno degli aspetti più affascinanti della Vitalogia riguarda il concetto di morte. Il professor Nkemnkia racconta di un'intervista a novembre, mese dedicato ai defunti in Occidente:
"Il giornalista voleva che parlassi del culto dei morti in Africa. Ho dovuto rovesciare la domanda: non è 'come celebrate il culto dei morti?' ma 'come vivete l'esperienza della morte in Africa?'"
Una Transizione, Non una Fine
"Se la morte fosse fine a se stessa, allora si chiamerebbe davvero morte. Ma da noi non è fine a se stessa. Si celebra la morte così come abbiamo celebrato l'arrivo della vita, la nascita del bambino, l'iniziazione dei giovani, il matrimonio. La morte fa parte di tutto questo percorso."
Il professore spiega: "Quando qualcuno muore, quella persona non è morta. Sta andando di là, fa un salto. Quello che voi chiamate morte non è morte - è uno che sta cambiando stanza, diventa un'altra cosa che un giorno tutti noi diventeremo."
L'esperienza del "di là" si vive attraverso gli antenati. "È chiaro che quello non è morto. Ecco perché non si può andare alla morte con paura - di fatto non è morte, è un fine raggiunto. Se non è una fine, fa parte della logica della vita, non è la fine della vita."
Gli Antenati: Non Culto, Ma Venerazione
Un punto cruciale che il professore chiarisce riguarda il cosiddetto "culto degli antenati", un'espressione che ha dominato la letteratura missionaria ed etnologica fino al 1994.
Il Sinodo del 1994: Una Svolta
"Prima del Sinodo dei Vescovi sull'Africa del 1994, tutti - missionari, etnologi, esploratori - parlavano di 'culto degli antenati' per caratterizzare la religiosità degli africani. Al Sinodo abbiamo detto che forse gli altri hanno interpretato dall'esterno quello che vedevano."
Il professore spiega la differenza fondamentale: "La religione in Africa viene vissuta in un certo modo, ma questo non significava che quei modi di fare, quei sacrifici, fossero l'esperienza religiosa del popolo."
Venerazione, Non Adorazione
"Gli africani hanno sempre saputo distinguere tra venerare e adorare. Si venera l'antenato, non lo si adora. L'adorazione è solo per Dio. La venerazione è come quando si onora un papa, un presidente - non li si adora, ma li si venera, li si rispetta."
Il culto religioso vero e proprio è sempre stato riservato a Dio: "Anche prima del cristianesimo o dell'Islam, c'è sempre stato il culto a Dio. La religione africana è sempre esistita, e non è animismo come molti hanno creduto."
Ubuntu: Io Sono Perché Noi Siamo
Un concetto centrale della filosofia africana è l'Ubuntu, oggi conosciuto in tutto il mondo grazie a Nelson Mandela.
"Ubuntu significa: io sono perché noi siamo," spiega il professore. "Non posso esistere da solo. La mia esistenza è legata all'esistenza degli altri. Questa è l'essenza della comunità africana."
La Forza della Comunità
"Nel villaggio africano, quando qualcuno ha bisogno, non aspetta che gli venga chiesto cosa serve. La comunità interviene spontaneamente. Se c'è un lutto, tutti partecipano. Se c'è una festa, tutti celebrano insieme."
Il professore sottolinea: "Questo non è socialismo o comunismo come alcuni hanno voluto interpretare. È semplicemente il nostro modo di vivere la comunità, basato sulla condivisione e sulla responsabilità reciproca."
La Cooperazione: Non Assistenzialismo, Ma Condivisione
Una parte significativa del dialogo si concentra sul tema della cooperazione tra Africa ed Europa, e qui il professor Nkemnkia è molto chiaro e diretto.
Il Problema dei "Regali"
"Io non prenderò nessun regalo, ve lo prometto. Se io do un regalo perché ce l'ho in abbondanza e non so cosa farmene, ti sto umiliando. Implicitamente mi considero superiore."
Il professore racconta un esempio concreto: "Giovani italiani andavano in Africa per insegnare italiano, dicendo 'sono pronto a dormire anche nella capanna.' Ma perché parli di capanna? Tu devi vedere la casa dove dormirai. Non è automatico che in Africa si dorma nelle capanne."
Trasferimento di Competenze, Non Assistenzialismo
"Quello che serve è il trasferimento di tecnologie, il trasferimento di know-how. Non venire a regalare, ma venire a insegnare, a trasmettere, a costruire insieme qualcosa di nuovo."
Il Ruolo degli Imprenditori: Made in Africa
Il professor Nkemnkia ha una visione chiara sul ruolo che gli imprenditori possono giocare nello sviluppo africano.
Progetti Concreti
"Abbiamo progetti importanti in corso in Costa d'Avorio, in Burkina Faso, in tanti campi: energia pulita, agricoltura. Ci sono scuole da costruire, infrastrutture da realizzare. Dal pomodoro per fare il sugo, alla lavorazione del caffè - tutto da sviluppare."
La Rivoluzione del Made in Africa
Ma il punto centrale è questo: "Imprenditori, ben vengano! Ma non per sfruttare. Se vuoi lavorare perché sei un esperto, vuoi mettere in comune la tua conoscenza - perfetto. Insegna, trasmetti, trasferisci tecnologie."
Il professore è categorico: "La fabbrica non può essere fatta in Italia se si mira a sviluppare l'Africa. Deve essere fatta in Africa. Il prodotto finito deve essere Made in Africa - Made in Abidjan, Made in Lagos."
No al Neocolonialismo Economico
"Gli uomini della Négritude dicevano: 'No al Made in Europe.' Perché non possiamo fare Made in Abidjan? Perché il caffè deve essere lavorato a Latina? Dove sono le piantagioni di caffè a Latina? In Burkina Faso c'è il caffè, lì deve essere lavorato."
Il messaggio è chiaro: "C'è lavoro per tutti, la notizia è buona. Nessuno sfruttamento. Si parte con l'idea di condivisione, non di sfruttamento. Se avete nella vostra mentalità l'idea di non sfruttare, siete candidati per lavorare in Africa. Altrimenti no."
L'Africa Come Terra Comune
Il professor Nkemnkia conclude con un'apertura importante: "L'Africa non è la terra degli stranieri. È la terra anche vostra. Abbiamo specialisti africani in giro, medici, esperti in diversi campi che possono partecipare a questi scambi."
Una Nuova Prospettiva
"Dobbiamo cominciare a riflettere su certe cose con determinazione," afferma il professore. "Non si tratta di assistenzialismo o di carità, ma di costruire insieme, di condividere conoscenze e risorse, di creare valore reciproco."
Conclusione: Un Invito alla Riflessione
Questo dialogo con il professor Martin Nkafu Nkemnkia ci invita a ripensare profondamente il nostro approccio all'Africa e alle culture africane. La Vitalogia non è solo una teoria filosofica astratta, ma una visione del mondo che ha implicazioni concrete su come viviamo la comunità, come affrontiamo la morte, come concepiamo la cooperazione internazionale.
L'Africa non ha bisogno di assistenzialismo o di categorie imposte dall'esterno. Ha bisogno di essere compresa nelle sue proprie categorie, nei suoi valori autentici. E forse, nel processo di comprensione dell'altro, possiamo scoprire nuovi modi di essere e di vivere che arricchiscono l'intera umanità.
Come ci ricorda il professore: "Io sono perché noi siamo." Una lezione di umanità che trascende i continenti e ci invita a costruire un futuro veramente condiviso.
"La Vitalogia ci insegna che la vita viene prima dell'essere, che la comunità viene prima dell'individuo, che la condivisione viene prima del possesso. Un cambio di paradigma che potrebbe trasformare non solo il nostro rapporto con l'Africa, ma il nostro modo stesso di concepire il progresso umano."
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African Thought and Culture: A Dialogue with Professor Martin Nkafu Nkemnkia
Beyond Western Categories: Understanding Africa Through Its Values
At a crucial historical moment for relations between continents, we had the privilege of speaking with Professor Martin Nkafu Nkemnkia, a Cameroonian philosopher and theologian, professor at the Pontifical Lateran University, and creator of the term Vitalogy. A precious opportunity to reflect on Africa and understand the continent's cultural framework, thought patterns, and values.
Vitalogy: A Logic of Life
"It wasn't simply about finding a comparison with Western philosophy," explains Professor Nkemnkia. "It was necessary, providential, to arrive at a term that could express the African way of proceeding, the African feeling, their vision of reality, which is certainly not the same as others'."
Vitalogy is the logic of life, contrasted with Western ontology, which is the logic of being. This distinction is not semantic but fundamental: "For Africa, being is created by God. If instead we say that God is being, how can being create other beings? Life comes first. One cannot live without life."
Making Ourselves Known for Who We Are
A crucial aspect emerges from the dialogue: "Until now we have used Western categories to make ourselves understood by Westerners. This time we probably need to use our own categories to make ourselves known. So they know us for who we are, not for what they would like to know."
The professor emphasizes a delicate point: "If I want to make myself known, I want to tell my story as I am. Otherwise, I falsify your perception of me. Aristotelian categories are certainly not universal for all people."
Death Does Not Exist: A Celebration of Life
One of the most fascinating aspects of Vitalogy concerns the concept of death. Professor Nkemnkia recounts an interview in November, the month dedicated to the deceased in the West:
"The journalist wanted me to talk about the cult of the dead in Africa. I had to reverse the question: it's not 'how do you celebrate the cult of the dead?' but 'how do you experience death in Africa?'"
A Transition, Not an End
"If death were an end in itself, then it would truly be called death. But for us, it's not an end in itself. Death is celebrated just as we celebrated the arrival of life, the birth of a child, the initiation of young people, marriage. Death is part of this entire journey."
The professor explains: "When someone dies, that person is not dead. They are going over there, making a leap. What you call death is not death - it's someone changing rooms, becoming something else that one day we will all become."
The experience of the "beyond" is lived through ancestors. "It's clear that person is not dead. That's why one cannot approach death with fear - in fact, it's not death, it's a goal achieved. If it's not an end, it's part of the logic of life, not the end of life."
Ancestors: Not Cult, But Veneration
A crucial point the professor clarifies concerns the so-called "ancestor worship," an expression that dominated missionary and ethnological literature until 1994.
The 1994 Synod: A Turning Point
"Before the Synod of Bishops on Africa in 1994, everyone - missionaries, ethnologists, explorers - spoke of 'ancestor worship' to characterize African religiosity. At the Synod, we said that perhaps others interpreted from the outside what they saw."
The professor explains the fundamental difference: "Religion in Africa is lived in a certain way, but this didn't mean that those ways of doing things, those sacrifices, were the religious experience of the people."
Veneration, Not Worship
"Africans have always known how to distinguish between venerating and worshiping. We venerate the ancestor, we don't worship them. Worship is only for God. Veneration is like when you honor a pope, a president - you don't worship them, but you venerate them, respect them."
True religious worship has always been reserved for God: "Even before Christianity or Islam, there has always been worship of God. African religion has always existed, and it's not animism as many have believed."
Ubuntu: I Am Because We Are
A central concept of African philosophy is Ubuntu, now known worldwide thanks to Nelson Mandela.
"Ubuntu means: I am because we are," explains the professor. "I cannot exist alone. My existence is linked to the existence of others. This is the essence of the African community."
The Strength of Community
"In the African village, when someone needs something, they don't wait to be asked what they need. The community intervenes spontaneously. If there's mourning, everyone participates. If there's a celebration, everyone celebrates together."
The professor emphasizes: "This is not socialism or communism as some have wanted to interpret. It's simply our way of living in community, based on sharing and mutual responsibility."
Cooperation: Not Charity, But Sharing
A significant part of the dialogue focuses on cooperation between Africa and Europe, and here Professor Nkemnkia is very clear and direct.
The Problem of "Gifts"
"I won't accept any gifts, I promise you. If I give a gift because I have it in abundance and don't know what to do with it, I'm humiliating you. Implicitly, I consider myself superior."
The professor recounts a concrete example: "Young Italians went to Africa to teach Italian, saying 'I'm ready to sleep even in a hut.' But why do you talk about huts? You need to see the house where you'll sleep. It's not automatic that in Africa people sleep in huts."
Transfer of Skills, Not Charity
"What's needed is technology transfer, know-how transfer. Don't come to give gifts, but come to teach, to transmit, to build something new together."
The Role of Entrepreneurs: Made in Africa
Professor Nkemnkia has a clear vision of the role entrepreneurs can play in African development.
Concrete Projects
"We have important ongoing projects in Ivory Coast, Burkina Faso, in many fields: clean energy, agriculture. There are schools to build, infrastructure to create. From tomatoes to make sauce, to coffee processing - everything needs to be developed."
The Made in Africa Revolution
But the central point is this: "Entrepreneurs, welcome! But not to exploit. If you want to work because you're an expert, you want to share your knowledge - perfect. Teach, transmit, transfer technologies."
The professor is categorical: "The factory cannot be built in Italy if we aim to develop Africa. It must be built in Africa. The finished product must be Made in Africa - Made in Abidjan, Made in Lagos."
No to Economic Neocolonialism
"The men of Négritude said: 'No to Made in Europe.' Why can't we make Made in Abidjan? Why must coffee be processed in Latina? Where are the coffee plantations in Latina? In Burkina Faso there's coffee, that's where it must be processed."
The message is clear: "There's work for everyone, the news is good. No exploitation. We start with the idea of sharing, not exploitation. If you have in your mentality the idea of not exploiting, you're a candidate to work in Africa. Otherwise, no."
Africa as Common Ground
Professor Nkemnkia concludes with an important opening: "Africa is not the land of strangers. It's your land too. We have African specialists around, doctors, experts in various fields who can participate in these exchanges."
A New Perspective
"We must begin to reflect on certain things with determination," states the professor. "It's not about charity or assistance, but about building together, sharing knowledge and resources, creating mutual value."
Conclusion: An Invitation to Reflection
This dialogue with Professor Martin Nkafu Nkemnkia invites us to deeply rethink our approach to Africa and African cultures. Vitalogy is not just an abstract philosophical theory, but a worldview that has concrete implications on how we live in community, how we face death, how we conceive international cooperation.
Africa doesn't need charity or categories imposed from outside. It needs to be understood in its own categories, in its authentic values. And perhaps, in the process of understanding the other, we can discover new ways of being and living that enrich all of humanity.
As the professor reminds us: "I am because we are." A lesson in humanity that transcends continents and invites us to build a truly shared future.
"Vitalogy teaches us that life comes before being, that community comes before the individual, that sharing comes before possession. A paradigm shift that could transform not only our relationship with Africa, but our very way of conceiving human progress."
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Pensée et Culture Africaines : Un Dialogue avec le Professeur Martin Nkafu Nkemnkia
Au-delà des Catégories Occidentales : Comprendre l'Afrique par ses Valeurs
À un moment historique crucial pour les relations entre continents, nous avons eu le privilège de dialoguer avec le professeur Martin Nkafu Nkemnkia, philosophe et théologien camerounais, professeur à l'Université Pontificale du Latran et créateur du terme Vitalogie. Une occasion précieuse pour réfléchir sur l'Afrique et comprendre le cadre culturel, la pensée et les valeurs du continent.
La Vitalogie : Une Logique de la Vie
« Il ne s'agissait pas simplement de trouver une comparaison avec la philosophie occidentale », explique le professeur Nkemnkia. « Il était nécessaire, providentiel, d'arriver à un terme qui puisse exprimer la manière de procéder de l'Africain, son ressenti, sa vision de la réalité, qui n'est certainement pas la même que celle des autres. »
La Vitalogie est la logique de la vie, opposée à l'ontologie occidentale qui est la logique de l'être. Cette distinction n'est pas sémantique mais fondamentale : « Pour l'Afrique, l'être est créé par Dieu. Si au contraire nous disons que Dieu est être, comment l'être peut-il créer d'autres êtres ? La vie vient en premier. On ne vit pas sans vie. »
Se Faire Connaître pour Ce Que l'On Est
Un aspect crucial émerge du dialogue : « Jusqu'à présent, nous avons utilisé les catégories occidentales pour nous faire comprendre par les Occidentaux. Cette fois, nous devons probablement utiliser nos propres catégories pour nous faire connaître. Ainsi, ils nous connaissent pour ce que nous sommes, pas pour ce qu'ils voudraient savoir. »
Le professeur souligne un point délicat : « Si je veux me faire connaître, je veux raconter mon histoire telle que je suis. Autrement, je fausse votre perception de moi. Les catégories aristotéliciennes ne sont certainement pas universelles pour tous les hommes. »
La Mort N'Existe Pas : Une Célébration de la Vie
L'un des aspects les plus fascinants de la Vitalogie concerne le concept de mort. Le professeur Nkemnkia raconte une interview en novembre, mois dédié aux défunts en Occident :
« Le journaliste voulait que je parle du culte des morts en Afrique. J'ai dû renverser la question : ce n'est pas 'comment célébrez-vous le culte des morts ?' mais 'comment vivez-vous l'expérience de la mort en Afrique ?' »
Une Transition, Pas une Fin
« Si la mort était une fin en soi, alors elle s'appellerait vraiment mort. Mais chez nous, elle n'est pas une fin en soi. La mort est célébrée tout comme nous avons célébré l'arrivée de la vie, la naissance d'un enfant, l'initiation des jeunes, le mariage. La mort fait partie de tout ce parcours. »
Le professeur explique : « Quand quelqu'un meurt, cette personne n'est pas morte. Elle va de l'autre côté, elle fait un saut. Ce que vous appelez mort n'est pas la mort - c'est quelqu'un qui change de pièce, devient autre chose que nous deviendrons tous un jour. »
L'expérience de « l'au-delà » se vit à travers les ancêtres. « Il est clair que cette personne n'est pas morte. C'est pourquoi on ne peut pas aller à la mort avec peur - en fait, ce n'est pas la mort, c'est un but atteint. Si ce n'est pas une fin, cela fait partie de la logique de la vie, pas de la fin de la vie. »
Les Ancêtres : Non Pas Culte, Mais Vénération
Un point crucial que le professeur clarifie concerne le soi-disant « culte des ancêtres », une expression qui a dominé la littérature missionnaire et ethnologique jusqu'en 1994.
Le Synode de 1994 : Un Tournant
« Avant le Synode des Évêques sur l'Afrique de 1994, tout le monde - missionnaires, ethnologues, explorateurs - parlait de 'culte des ancêtres' pour caractériser la religiosité africaine. Au Synode, nous avons dit que peut-être les autres ont interprété de l'extérieur ce qu'ils voyaient. »
Le professeur explique la différence fondamentale : « La religion en Afrique est vécue d'une certaine manière, mais cela ne signifiait pas que ces manières de faire, ces sacrifices, étaient l'expérience religieuse du peuple. »
Vénération, Non Adoration
« Les Africains ont toujours su distinguer entre vénérer et adorer. On vénère l'ancêtre, on ne l'adore pas. L'adoration est seulement pour Dieu. La vénération, c'est comme quand on honore un pape, un président - on ne les adore pas, mais on les vénère, on les respecte. »
Le véritable culte religieux a toujours été réservé à Dieu : « Même avant le christianisme ou l'islam, il y a toujours eu le culte de Dieu. La religion africaine a toujours existé, et ce n'est pas de l'animisme comme beaucoup l'ont cru. »
Ubuntu : Je Suis Parce Que Nous Sommes
Un concept central de la philosophie africaine est l'Ubuntu, maintenant connu dans le monde entier grâce à Nelson Mandela.
« Ubuntu signifie : je suis parce que nous sommes », explique le professeur. « Je ne peux pas exister seul. Mon existence est liée à l'existence des autres. C'est l'essence de la communauté africaine. »
La Force de la Communauté
« Dans le village africain, quand quelqu'un a besoin de quelque chose, il n'attend pas qu'on lui demande ce dont il a besoin. La communauté intervient spontanément. S'il y a un deuil, tout le monde participe. S'il y a une fête, tout le monde célèbre ensemble. »
Le professeur souligne : « Ce n'est pas du socialisme ou du communisme comme certains ont voulu l'interpréter. C'est simplement notre façon de vivre en communauté, basée sur le partage et la responsabilité mutuelle. »
La Coopération : Non Pas l'Assistanat, Mais le Partage
Une partie significative du dialogue se concentre sur la coopération entre l'Afrique et l'Europe, et ici le professeur Nkemnkia est très clair et direct.
Le Problème des « Cadeaux »
« Je n'accepterai aucun cadeau, je vous le promets. Si je donne un cadeau parce que je l'ai en abondance et que je ne sais pas quoi en faire, je vous humilie. Implicitement, je me considère supérieur. »
Le professeur raconte un exemple concret : « De jeunes Italiens allaient en Afrique pour enseigner l'italien, disant 'je suis prêt à dormir même dans une cabane.' Mais pourquoi parlez-vous de cabanes ? Vous devez voir la maison où vous allez dormir. Ce n'est pas automatique qu'en Afrique on dort dans des cabanes. »
Transfert de Compétences, Non Assistanat
« Ce qui est nécessaire, c'est le transfert de technologies, le transfert de savoir-faire. Ne venez pas pour faire des cadeaux, mais venez pour enseigner, transmettre, construire ensemble quelque chose de nouveau. »
Le Rôle des Entrepreneurs : Made in Africa
Le professeur Nkemnkia a une vision claire du rôle que les entrepreneurs peuvent jouer dans le développement africain.
Projets Concrets
« Nous avons des projets importants en cours en Côte d'Ivoire, au Burkina Faso, dans de nombreux domaines : énergie propre, agriculture. Il y a des écoles à construire, des infrastructures à créer. De la tomate pour faire la sauce, à la transformation du café - tout est à développer. »
La Révolution du Made in Africa
Mais le point central est celui-ci : « Entrepreneurs, soyez les bienvenus ! Mais pas pour exploiter. Si vous voulez travailler parce que vous êtes un expert, vous voulez partager vos connaissances - parfait. Enseignez, transmettez, transférez les technologies. »
Le professeur est catégorique : « L'usine ne peut pas être construite en Italie si l'on vise à développer l'Afrique. Elle doit être construite en Afrique. Le produit fini doit être Made in Africa - Made in Abidjan, Made in Lagos. »
Non au Néocolonialisme Économique
« Les hommes de la Négritude disaient : 'Non au Made in Europe.' Pourquoi ne pouvons-nous pas faire du Made in Abidjan ? Pourquoi le café doit-il être transformé à Latina ? Où sont les plantations de café à Latina ? Au Burkina Faso il y a du café, c'est là qu'il doit être transformé. »
Le message est clair : « Il y a du travail pour tous, la nouvelle est bonne. Aucune exploitation. On part avec l'idée de partage, pas d'exploitation. Si vous avez dans votre mentalité l'idée de ne pas exploiter, vous êtes candidat pour travailler en Afrique. Sinon, non. »
L'Afrique Comme Terre Commune
Le professeur Nkemnkia conclut avec une ouverture importante : « L'Afrique n'est pas la terre des étrangers. C'est aussi votre terre. Nous avons des spécialistes africains partout, des médecins, des experts dans divers domaines qui peuvent participer à ces échanges. »
Une Nouvelle Perspective
« Nous devons commencer à réfléchir sur certaines choses avec détermination », affirme le professeur. « Il ne s'agit pas d'assistanat ou de charité, mais de construire ensemble, de partager connaissances et ressources, de créer une valeur mutuelle. »
Conclusion : Une Invitation à la Réflexion
Ce dialogue avec le professeur Martin Nkafu Nkemnkia nous invite à repenser profondément notre approche de l'Afrique et des cultures africaines. La Vitalogie n'est pas seulement une théorie philosophique abstraite, mais une vision du monde qui a des implications concrètes sur la façon dont nous vivons en communauté, dont nous affrontons la mort, dont nous concevons la coopération internationale.
L'Afrique n'a pas besoin d'assistanat ou de catégories imposées de l'extérieur. Elle a besoin d'être comprise dans ses propres catégories, dans ses valeurs authentiques. Et peut-être que, dans le processus de compréhension de l'autre, nous pouvons découvrir de nouvelles façons d'être et de vivre qui enrichissent toute l'humanité.
Comme nous le rappelle le professeur : « Je suis parce que nous sommes. » Une leçon d'humanité qui transcende les continents et nous invite à construire un avenir véritablement partagé.
« La Vitalogie nous enseigne que la vie vient avant l'être, que la communauté vient avant l'individu, que le partage vient avant la possession. Un changement de paradigme qui pourrait transformer non seulement notre relation avec l'Afrique, mais notre façon même de concevoir le progrès humain. »



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